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La nuda vita e il potere Sovrano: storie di Rom a Cosenza

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Il tempo dei Rom tra i sedentari
 
Mercoledì 11 novembre 2009 la magistratura di Cosenza si è pronunciata sui provvedimenti di allontanamento per  93 Rom rumeni : un “piccolo” intoppo in una storia assai lunga, puntellata da ben altre tragedie. La vicenda si è chiusa con un lieto fine, le istanze di allontanamento non sono state accolte, anche grazie alla buona lena dell'avvocato D'Amico e all'impegno delle associazioni.
Ma chiusa la vicenda giudiziaria, resta aperta quella delle condizioni di vita nel campo Rom.

  In città, l'attenzione sulla questione Rom, si accende nell'inverno 2007, per una sciagura scampata. Allora vivevano nelle baracche di legno, sempre sul fiume Crati, poco lontano dal centro commerciale Gran Sole.
Fino al 2001, poco distante da lì, nella baraccopoli di via Gergeri e in quella di via Reggio Calabria, sull'altra sponda del fiume Crati, vivevano circa seicento Rom cosentini, arrivati dopo la seconda guerra mondiale da altre parti della Calabria; mentre altri ancora avevo ottenuto dal comune le case popolari a via Popilia. Nel 2001 ai primi, quelli di via Gergeri, vennero assegnate le case nel villaggio di via degli Stadi. Per gli altri, invece, quelli di via Reggio Calabria, la possibilità di dormire con un tetto sulla testa sfumò perché il proprietario dei terreni espropriati per la costruzione del villaggio, vinse il ricorso e rilanciò sull'acquisto della terra  ad un prezzo insostenibile per le casse comunali.
Negli anni a venire arrivano i Rom rumeni e nell'inverno del 2007, chi percorreva via Gergeri e poi la superstrada che porta verso la stazione doveva per forza notare le loro baracche di legno coperte da teli di plastica azzurri o bianchi e le spirali di fumo che salivano dai fuochi accesi per sostenere il rigido inverno e cucinare. Per le molte piogge, il fiume iniziò a crescere e a quel punto la sonnacchiosa amministrazione comunale scese, finalmente, lungo il greto del Crati per portare in salvo quei Rom rumeni che trovarono un'accoglienza temporanea in posti diversi della città- associazioni di volontariato, abitazioni,  etc.  Finita la pioggia, le ruspe di gran fretta cancellarono le baracche. Poi, prosciugati i fondi  stanziati per l'emergenza, calata la visibilità mediatica, molti ritornarono in autonomia a costruire con grande maestria le case sul fiume. Crebbe così una nuova baraccopoli, questa volta meno visibile della prima, alle spalle della motorizzazione civile, oltre il tracciato ferroviario, ai margini del fiume. Di nuovo donne, uomini, anziani e bambini scontano l'assenza di servizi per noi usuali come acqua, elettricità, servizi igienici; solo che questa volta la baraccopoli è meno visibile di prima, e anche se l'acqua del fiume d'inverno sale  fino a lambire le case “occhio che non vede cuore che non duole”, così per due anni tutto scorre sotto silenzio. Gli abitanti del campo non mancano certo d'inventiva, ci si arrangia come si può: generatori a benzina; viaggi in bici o a piedi con carriole per riempire taniche d'acqua da portare al campo. Per vivere si accetta, come molti migranti, di lavorare in nero, sfruttati come forza-lavoro a basso costo nei cantieri edili della provincia, dove a fine mese può anche capitare di dover pregare o minacciare per avere il salario; tra le donne, invece, solo qualcuna lavora come colf o nei bar, altre raccolgono clementine nella zona di Corigliano,  per le altre trovare lavoro è un'impresa difficile,  perché  nella maggior parte dei casi essere riconosciute come zingare riduce di molto l'opportunità d'occupazione.
Eppure si tratta di persone laboriose che sanno  fare molte cose: riparare, costruire, aggiustare bici e motorini, riciclare, organizzare belle feste, ma questo conta poco o niente.

Il vuoto dell'amministrazione comunale e la scuola del vento
A marzo del 2009, dopo la pasqua ortodossa, festeggiata al campo con il pope, ci fu  un primo incontro con l'assessora Bozzo per chiederle di intervenire urgentemente. Le richieste erano contenute: bagni chimici, allaccio dell'acqua e della luce -servizi per cui i Rom sono del resto disposti a pagare¬, smaltimento della spazzatura e cassonetti per la raccolta. Si fa presente all'assessora che in alti comuni d'Italia hanno costruito i campi attrezzati, o facilitato i progetti di autocostruzione, come a  Padova, ma non c'è verso e  la visita si chiude con un niente di fatto. Dopo poco ci riprova un abitante del campo a cui la Bozzo promette alcuni interventi urgenti, ma passano i giorni, i mesi e non succede niente, e così fino ad oggi.


(autore: E. Della Corte)

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