
(18/02/2009) Ieri è scoppiata una rivolta nel Centro d'identificazione ed espulsione di Lampedusa, dove erano stati stipati, in condizioni disumane, oltre 800 uomini, per lo più tunisini. Nel centro, è divampato un incendio, ci sono stati ustionati e feriti: solo dieci tra i carcerieri, oltre cinquanta tra i reclusi. Nelle settimane scorse, un altro incendio, in un altro centro dell'isola, quello femminile; e poi c'erano state le manifestazioni di solidarietà degli abitanti e le fughe dei migranti dal centro, che avevano avuto una forte risonanza mediatica. A seguire una commissione di parlamentari europei era arrivata per il solito pellegrinaggio di rito. Volare da Bruxelles, vedere, denunciare, comunicare; ma intanto i reclusi restavano lì, o venivano trasferiti per poi essere rimpatriati d'urgenza, senza fregarsene troppo delle richieste d'asilo, o delle questioni umanitarie. Via, tutti in volo, verso un altrove inquietante, lo stesso da cui, rischiando la vita, erano riusciti a scappare. E' così che stamane, senza aspettare oltre, quelli che con un eufemismo vengono chiamati “ospiti”, hanno prima cercato di far cedere i cancelli, e poi hanno dato via al fuoco. Gioco facile anche perché la struttura è stata costruita con materiale combustibile. Fiamme alte e fumo, un modo per segnalare che non ne possono più di vivere così. E' la nuda vita che insorge contro il male; che dice basta alle espulsioni, alle reclusioni ingiuste e alla negazione dei diritti fondamentali.
Lampedusa, nel tempo, è diventata uno dei punti d'approdo di barconi carichi di persone; altre migliaia, di donne, bambini, uomini, meno fortunati, se li è presi il mare. Da anni le cose vanno così, nonostante gli accordi di facciata, le visite rituali di presidenti e ministri a Gheddafi, per bloccare, in cambio di concessioni, quello che malamente viene chiamato “flusso migratorio”. Ogni volta sembra la volta definitiva, ma un Caronte per andare dall'altra parte si trova sempre. Se riesci a superare vivo il viaggio nel deserto, paghi il tuo biglietto per un viaggio da cani, rischi di nuovo la pelle, e se tutto va bene, sfinito, e mezzo morto arrivi sulle spiagge estreme della fortezza Europa. Qui, purtroppo, le assurde traversie non sono finite, non c'è pace, riposo, libertà; si viene presi e reclusi nei Centri di detenzione ed espulsione. Anche lì si vive come in un canile gestito da malfattori: stanze sovraffollate, bagni sporchi, nessuna intimità; nessuna considerazione per quello “straniero inventato” a cui si sbatte in faccia la porta di un carcere solo perché non ha in tasca il passaporto di un europeo.Negli anni i lampedusani ne hanno viste di vite trattate così. All'inizio li accolsero nelle loro case come a Badolato e in altri comuni del sud, poi le ansie da invasione, negli anni '90, presero il sopravvento: la fortezza iniziò ad alzare i ponti e a costruire recinti per contenere, controllare e governare i “flussi”. Anche Lampedusa ebbe le sue gabbie di contenimento, come Agrigento, Crotone, Lametia, Bari, Lecce, Otranto, e via così. Manifestazioni di protesta, appelli, inchieste delle commissioni parlamentari, editti, proclami, passerelle, campagne politiche.
Nel corso del tempo niente ci è stato risparmiato; si è fatto tutto il peggio che si poteva fare tranne la cosa più sensata: abolire i veti e consentire la libera circolazione delle persone, a prescindere dalla provenienza e dal colore della pelle. Purtroppo non è andata così. I centri sono stati più volte descritti come luoghi in cui i diritti minimi non valgono un fico secco, perché un diritto non goduto, come ricorda la Arendt non esiste. Ma nonostante le segnalazioni, le denunce, i tentati o riusciti suicidi dei reclusi, invece di cambiar rotta la questione immigrazione è diventata un sorta di cavallo di Troia per introdurre leggi liberticide speculando sulla paranoia della sicurezza,con discorsi del tipo: “ pensiamo al nostro orticello, a noi ricchi che possiamo perdere tutto se questo sciame di cavallette arriva sui nostri campi a divorare il nostro grano”. Ora, poco importa se quelli che arrivano si impegnano in mille modi, fanno i lavori che noi non vogliamo più fare, o se sono solo l'8% della popolazione che si muove e vive in Italia e “se non sono gigli sono pur sempre figli vittime di questo mondo”.La risposta è ottusamente punitiva, prima di tutto perché i limiti all'ingresso e le difficoltà per ottenere la cittadinanza innescano un circolo vizioso in cui gli ospiti devono sopravvivere in uno stato di incertezza permanente; cosi si esercita una violenza sorda, meno scioccante di quella fisica, ma efficace per farti sentire fuori luogo, come un “ospite” ingombrante a cui si ci rivolge in modo miope e troglodita: “sei venuto a “casa mia”, mangia la tua zuppa, ma fai in fretta perché il tuo tempo di permanenza sul mio suolo non è un diritto ma una concessione a tempo determinato”. In questo procedere per singulti, ipocrisie e ambivalenze, in assenza di certezze, a rimetterci sono i migranti a guadagnarci sono quelli che lucrano sulle disgrazie, come i gestori dei centri di detenzione a cui vanno centinaia di migliaia di euro; ed ancora quei datori di lavoro che possono sfruttare persone ad un prezzo più basso, senza garanzie; o le famiglie che possono delegare l'assistenza dei loro vecchi, giorno e notte, per 600 -700 euro al mese, ad una badante bisognosa.Questo teatrino del disprezzo e dello sfruttamento si regge grazie alle leggi dei governi di destra e di sinistra, che hanno prodotto un sistema dai tratti spiccatamente xenofobo, ostile, che tende a negare l'altro, a considerarlo minaccioso, e quindi da perseguitare apriori. Nel confronto con i paesi europei l'Italia, gode di un primato in termini di politiche restrittive, come se piccoli ometti cattivi si fossero accaniti ad introdurre ostacoli e trappole.
Certo non manca, nelle vite dei migranti, la capacità a resistere a dribblare la sorte avversa. In Italia si stima, con le dovute approssimazioni, siano 800.000 le persone che non godono dei diritti di cittadinanza. Ora su queste persone ridotte in clandestinità, si abbatte la scure dei nuovi provvedimenti pensati dall'attuale governo: dal rimpatrio forzato, al diniego dei servizi sanitari. Secondo il governo, queste persone devono tornare da dove sono venute, anche se è evidente che questo è impossibile perché lì rischiano la vita; ma, avendo giocato parte del consenso politico sulla sicurezza il pugno di ferro del gladiatore Maroni deve pur colpire, così dichiara di voler andare avanti, per poi dire “non ci hanno permesso di lavorare”, là dove è evidente che il pregiudizio xenofobo, li rende, ad un tempo, capaci di violenze sottili e incapaci di fare i conti con la realtà.
Intanto, in questo sgradevole bailamme, Lampedusa ci dà una lezione magistrale di solidarietà locale. Se il sovrano è ubriaco e s'incattivisce, perché ha perso il controllo, questa realtà isolana, i suoi abitanti ci restituiscono uno spaccato d'umanità; gli isolani abbracciano quei migranti in fuga dal centro di detenzione, ricompongono uno spazio pubblico allargato, ascoltano le loro esperienze, li accolgono nelle case, protestano al loro fianco gridando “libertà”, con gli occhi rossi e tanta rabbia. Questa lectio magistrale, ci dice che c'è una società che non si riconosce più nei provvedimenti dei governanti e che le voci risuonanti sono, finalmente, quelle dei migranti, del mondo cattolico, dei collettivi, dei movimenti di protesta, di singoli cittadini/e indignati; diversi ma uniti, come i valligiani del movimento No Tav, per una causa comune.
In tempo di crisi, questo piccolo fuoco riscalda e fa luce su un mondo migliore. L'isola assedia la fortezza, ne sgretola l'arroganza e lascia agli idioti l'opportunità di riflettere sull'insensatezza delle loro paure. I piani si capovolgono, le metropoli diventano anguste, abitate da timorosi che organizzano ronde, e le piccole isole, invece, luoghi di incontri cosmopoliti. Non è la prima volta, è la storia del mediterraneo che fortunatamente riaffiora, qui come a Riace, a Badolato e in molte realtà meno note.(autore E. Della Corte)
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