
E’ di pochi giorni fa la comparsa di un articolo di Ichino sul Corriere delle Sera. Il titolo è ammiccante “Padri e figli insieme per stare meglio seguendo il modello scandinavo”. Messa così, si ci aspetterebbe almeno che una volta venisse citato il reddito di cittadinanza. Invece no. Per Ichino la radicale trasformazione del mercato del lavoro che il nuovo governo si appresta a varare è una buona mossa, utile per ogni stagione, per le crisi e non. Di cosa si tratta? Tutti assunti a tempo indeterminato ma anche tutti licenziabili. E poi? Il sistema prevede due anni di continuità di reddito, mentre si aiuta l’ex-lavoratore a riqualificarsi e a trovare un nuovo lavoro. E qui già le cose appaiono per quelle che sono. L’azienda, il padrone, o chi vuoi ti sfrutta fino a quando può, poi se serve ti licenzia. Poco importa se come è più volte accaduto in Calabria, gli imprenditori dopo aver agguantato i fondi pubblici e avviato una parvenza di attività si dileguano dichiarando bancarotta. Ichino non considera le anomalie, prosegue dritto all’elogio del possibile che tra breve si pensa di far diventare realtà, con i sindacati messi all’angolo, ridotti in silenzio, proprio nel momento travolgente della riforma culminante.
Si smantellano i diritti per far in modo che tutti i lavoratori, o i potenziali lavoratori, siano sfruttabili just in time. In questo quadro si inserisce anche l’ultima mossa della Fiat che da gennaio abolisce tutti i vecchi contratti per estendere ai 72mila lavoratori del gruppo il modello Pomigliano, uno dei peggiori degli ultimi trent’anni in termini di rappresentanza sindacale e condizioni di lavoro. Intanto, lo scontro tra la Fiat e la Fiom, il sindacato più rappresentativo e combattivo, si protrae e incancrenisce. La partita pende a favore della Fiat per il momento, anche perché la paura della crisi gioca da calmiere, ma fino a quando questo equilibrio fatto di salario e paura potrà reggere? Basterà un sindacato aziendale e corporativo a trattenere il fuggitivo Marchionne dalla speranza di profitto in aumento su altri mercati. Basterà a far sì che un imprenditore, allenato a ragionare in termini di quanto ci guadagno e quanto perdo, si accontenti dei bruscolini che il mercato europeo offre.
Ma torniamo alle ragioni di Ichino e alla presunta bontà del piano Monti, il nostro dice che attualmente la cassa integrazione straordinaria ci costa troppo e che queste innovazioni permetteranno anche a quelli che attualmente sono fuori dalla rete, di poter usufruire di una protezione, ipotizzando un sistema di piena flessibilità per tutti bilanciato dalla riduzione della precarietà. Il punto è che fuori dalla rete restano i giovani, i non occupati, quelli a cui non verrà dato un reddito di cittadinanza, ma solo una bella pacca sulla spalla e la consegna alla generosità familiare, là dove questa è ancora possibile. L’altro aspetto riguarda gli stessi lavoratori che la flexicurity dovrebbe proteggere. Anche lì le cose non vanno tanto bene dal momento che molti sono i dubbi sull’efficacia dei corsi di formazione riqualificanti per poter rimbalzare da un vecchio lavoro ad uno nuovo. Il punto è che anche in tempo di crisi, soprattutto in tempo di crisi si rischia facilmente di perdere la bussola. Ichino deve aver preso una svista, e con lui quanti in questi giorni dai pulpiti mediatici più ascoltati si affannano a sostenere la campagna di legittimazione del liquidatore fallimentare Monti, lo stesso che per anni ha frequentato il giro dell’alta finanza insieme alla sua banda di esperti. Tra i tanti che proprio non sono riusciti a starsene decorosamente in silenzio, un pensiero di riguardo va a Casini, in particolare per i suoi sforzi di risultare credibile nella recita. Al di là del lato buffo quello che irrita è che la richiesta di fare sacrifici venga da questi tipi qua che ti chiedono di risparmiare sulle medicine per i reumatismi mentre loro volano con l’aereo privato a Cuba. Anche ieri sera, nel vederli lì a raccontarci che la manovra “lacrime e sangue” era l’unico rimedio possibile per un paese in disgrazia, ti viene da pensare “non ci vuole poi molto a rassegnare le dimissioni, andatevene prima che giri male, perché quando le persone sperimenteranno la drastica ricetta Monti per molti non ci sarà il secondo appello”. Certo Monti deve averci pensato visto che proprio ieri ha annunciato la sua rinuncia ai compensi che gli spettano come presidente del Consiglio nel corso della conferenza stampa sull’ultima manovra. Abile mossa comunicativa, non si discute. Però qualcuno dovrebbe pur ricordargli che fino ad un mese fa era il rettore della Bocconi, e che la sua disponibilità economica non è di certo quella di un pensionato da 460 ero al mese. E poi la generosità non si pubblicizza, non è una bella prova di stile, almeno questo il professor Monti dovrebbe saperlo.
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